Psicoanalista e traduttore: professione possibile

 In Rubriche, Transiti

L’imballatore

L’imballatore chino
che mi svuota la stanza
fa il mio stesso lavoro.
Anch’io faccio cambiare casa
alle parole, alle parole
che non sono mie,
e metto mano a ciò
che non conosco senza capire
cosa sto spostando.
Sto spostando me stesso
traducendo il passato in un presente
che viaggia sigillato
racchiuso dentro pagine
o dentro casse con la scritta
“Fragile” di cui ignoro l’interno.
E’ questo il futuro, la spola, il traslato,
il tempo manovale e citeriore,
trasferimento e tropo,
la ditta di trasloco.

(Valerio Magrelli, Esercizi di tiptologia, Mondadori, 1992)

Ha acquisito aforistica notorietà la definizione che Freud dà della psicoanalisi come una delle  professioni impossibili. Vorrei accostarla ad un’altra pratica, cioè quella della traduzione, il cui statuto oscilla dall’essere pensata anch’essa come impossibile o, al contrario, come fertile riproposizione della germinatività del testo originario, per vedere di trarne spunto per una riflessione che abbracci entrambe le discipline e soprattutto perché l’arte del tradurre non sia più solo una questione che esiste ai margini, affidata alle pieghe del paratesto, ma che possa contribuire a pensare  quello che si dice e come lo si può dire affinché abbia senso nella cultura d’arrivo. Se la traduzione è sempre un’interpretazione, come propone Eco (2003), è possibile pensare che offra un contributo alla psicoanalisi?
Le tematiche sulla traduzione sono connaturate alla psicoanalisi . . . .

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