Transiti

Transitare, sporgersi sul margine di un confine e infine superarlo evidenzia due necessità, il movimento in sé, vibrazione e ritmo della vita, e il collegamento tra punti distanti, mete irrinunciabili di quel movimento inesausto per tessere reti sociali. Vi sono inclusi dunque, insieme alla tessitura di ponti linguistici per comunicare, l’erranza di un flusso continuo, la scoperta di inediti scenari, il viaggio; la scoperta di un altrove immaginario; la spinta a esplorare, superare ostacoli, sporgersi sull’abisso di un divieto, conquistare, dominare; il varco di porte e percorsi nuovi da aprire su porte che si chiudono, scenari traumatici, esodi e migrazioni per fuggire e salvarsi; la precarietà di ogni percorso.

Immagine: Ponte di Tiberio, Rimini.

 

Tradurre. Presentazione di Anthony Molino

Diversi anni fa collaborai con la responsabile della rivista, Rosita Lappi, nel concepire e dare vita alla rubrica Transiti, di cui ora la stessa Rosita – con sagace tempismo e intuito, e forse un pizzico di nostalgia – rispolvera alcuni articoli. Psicoanalista nonché critica d’arte affascinata, giustamente, dall’ermeneutica e da tutto quanto inerisce a ciò che Paul Ricoeur usava chiamare “il conflitto delle interpretazioni”, lettrice attenta di trattati sulla traduzione quali Dire quasi la stessa cosa di Umberto Eco e Dopo Babele di George Steiner – due testi a cavallo del secolo scorso e quello nostro ancora imberbe che fecero, letteralmente, “scuola” – Rosita mi interpellò anni fa sapendo della mia attività di traduttore letterario, che ormai porto avanti da mezzo secolo. All’epoca Rosita mi chiese dei consigli e delle indicazioni per dare corpo al suo progetto, e difatti ora ritrovo con piacere alcuni contributi che avevo dimenticato per quanto tempo fosse passato, due dei quali scritti peraltro da amici con cui ho condiviso archi importanti della mia vita: la collega psicoanalista Pina Antinucci, raffinata traduttrice di testi psicoanalitici e come me creatura in tutto e per tutto bilingue; e il grande poeta Lucio Mariani, di cui ebbi l’onore di tradurre e pubblicare in inglese due raccolte, una delle quali ospitò in appendice anche la mia traduzione del saggio qui riproposto, dal titolo “Il traduttore negli scambi di civiltà”. Del tipo: quando si dice “i casi della vita”, e scherzi (o difetti) della memoria…

Oggi Rosita mi chiede qualcosa di diverso. Prima di riesumare gli articoli qui riuniti mi fa, nello specifico, una domanda precisa, indice di quel sagace tempismo di cui sopra: nell’era già inaugurata dell’intelligenza artificiale, ha senso ancora parlare di traduzione? Oppure, per dirla con Mariani: si può ancora ipotizzare oggigiorno, in un mondo devastato dalla guerra e dove anche il quotidiano è ovunque inquinato dalla barbarie più spicciola, uno scambio di civiltà affidato alla traduzione? Cerco di rispondere ricorrendo alla mia esperienza professionale.

In anni recenti ho scoperto le facilitazioni dei cosiddetti traduttori automatici. Mio figlio era iscritto all’’università quando, dopo aver fatto ricorso a Google Translate e simili diavolerie, mi sottoponeva le versioni di articoli scientifici redatte dall’intelligenza artificiale per mia approvazione o revisione. Da subito ho capito due cose. La prima, che il risultato di simili operazioni era spesso e volentieri più che egregio; la seconda, che pur trattandosi di articoli scientifici io pretendevo dalla macchina la medesima chiarezza, la stessa scorrevolezza, che esigo da una mia traduzione. La mia deformazione professionale di traduttore letterario era tale che finivo per insistere su una qualità estetica che non solo la macchina non poteva (né doveva) garantire, ma che il genere stesso dell’articolo scientifico raramente poteva presumere. Assodato ciò, sono arrivato ad una terza, e devo dire vantaggiosa, conclusione: per le mie traduzioni in ambito letterario-artistico dove mi cimentavo con la prosa (e non, sia chiaro, con la poesia!), valeva forse la pena usare la moderna tecnologia e valutarne gli esiti. E questo ho fatto, in almeno tre occasioni che ricordi: per la traduzione in inglese di una mia conversazione con un noto artista italiano; per un capitolo di un romanzo che mi era stato chiesto di tradurre; e per poche pagine di un saggio di un importante critico d’arte che medita di far tradurre in inglese un suo libro su un fotografo di indiscussa fama.

Ebbene, in tutti e tre i casi ho avuto la conferma di quanto già avvertito con gli articoli universitari di mio figlio. In ciascuno dei tre casi la traduzione era più che passabile, ma difettava di un quid insondabile, di una qualità estetica – essenziale, almeno per ciò che riguardava il romanzo e il saggio – che rende la traduzione un’arte e finisce comunque per distinguere una traduzione che sia eccelsa da un qualsivoglia esercizio pedestre. In poche parole, mancava lo stile, quel tratto soggettivo, idiomatico, di chi vive una lingua e dentro la lingua, per cui – come scrive Lucio Mariani nel suo saggio qui riprodotto – “alla valida opera di ri-creazione si perverrà soltanto con la nascita della ‘bella e infedele’, come si disse con felice sintagma, soltanto rivalutando le istanze della kantiana dottrina del gusto.”

Mariani qui riprende, assieme alla insindacabile questione del gusto, la massima, già di suo in gran parte intraducibile, per cui diciamo traduttore, traditore. Ecco, la macchina non può tradire. Non può tradire perché non presuppone una relazione; non può tradire perché, al di là degli astrusi algoritmi che la governano, fondamentalmente non è capace di operare una scelta. Magari il più delle volte non sbaglia, ma al contempo non coltiva uno stile; non può sempre e comunque “addentrarsi” nei contesti culturali e linguistici di riferimento, al fine di compenetrarli e promuovere una osmosi di sorta; non può, infine e soprattutto, mirare alla pur minima espressione di una bellezza che sicuramente non salverà nemmeno una particella di mondo, ma che in uno “scambio di civiltà” gratificherà chi legge e, perché no, lo stesso traduttore che spesso suda le sette proverbiali camicie per arrivare alla scelta anche di una singola, sognante, azzeccata parola o frase. Perché in ultima analisi è di questo che parliamo quando trattiamo della traduzione: di uno scambio facilitato dal lavoro sopraffino di esseri senzienti che, come etnografi della parola, ci propongono visioni di un sentire, di culture, di universi altri.

Come ho già accennato evito la questione relativa alla capacità della macchina di tradurre poesia, potendo il lettore ben intuire il mio pensiero in merito. Ma voglio chiudere questa mia nota di introduzione ai quattro saggi ripescati da Rosita con un ultimo aneddoto che riassume in una sola parola quanto qui vado sostenendo. Qualche anno fa mi era stato chiesto di valutare la qualità di una traduzione automatica in inglese di uno scritto sul lavoro di Tano Festa, esponente con Schifano, Mambor, Angeli et al della famosa scuola romana di Piazza del Popolo. Va bene che Nicolas Party è il nome di un artista figurativo svizzero che oggi va per la maggiore e comanda alle fiere come nelle aste cifre da capogiro; ma ignoravo che potesse avere un antenato di nome Tano Party… Buona ri/lettura.

26 marzo 2026