Tra il limite e il superamento, uno scatto Intervista a Silvia Camporesi

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«Per me la fotografia è uno strumento per mettere sotto vuoto le idee.» Così, fulminea, Silvia Camporesi, artista che vive e lavora a Forlì e dal 2000 ha esposto in numerose mostre in Italia e all’estero, ottenendo prestigiosi riconoscimenti, ci fa entrare nel vivo del suo percorso. Attraverso i linguaggi della fotografia e del video Silvia costruisce racconti, tessendo mito, letteratura, realtà quotidiana e metafisiche aperture all’oltre.
«L’uso che faccio della macchina non è quello classico, nel senso che non mi interessa cogliere il momento decisivo di una particolare scena, poiché nella scena tutto è studiato e composto, ogni elemento è sotto controllo e il momento decisivo non esiste» continua Silvia. «Il processo artistico parte da lontano, lo scatto è solo l’atto finale di una serie lunga di passaggi. Inizialmente c’è un’idea nata quasi sempre da un testo, un progetto di lavoro ampio che prende forma e si divide in sottoinsiemi: ognuno di essi diventerà una fotografia o un video. Dal momento in cui ho gettato le basi del progetto procedo come se si trattasse di un film, scrivo una piccola sceneggiatura per ogni immagine, realizzo uno storyboard e proseguo alla ricerca di tutto il materiale che serve alla creazione dello scatto. L’atto del fotografare di per sé ha una piccola percentuale sulla “fatica” dell’intero processo e a conti fatti è solo il compimento di un lungo percorso.»
Per “Aracne. Respiro dell’anima”, Silvia Camporesi ha scelto alcune immagini dell’opera “Stato nascente” (2008). Un “retablo” del «venire al mondo» vegliato dalle parole di Rainer Maria Rilke: «Nasciamo per così dire, provvisoriamente da qualche parte; soltanto a poco a poco andiamo componendo in noi il luogo della nostra origine, per nascervi dopo, e ogni giorno più definitivamente.»

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