MACCHIAGODENA: L’EVOLUZIONE DI UN’OSSESSIONE

 In Raccordi, Rubriche

Se il tema ricorrente dell’opera di [Henry] Moore è l’infanzia, questo non vuol dire ovviamente che ogni cosa che
Moore ha fatto debba essere considerata sotto questa luce. Il tema ricorrente di Watteau era la mortalità; di Rodin, la sottomissione; di Van Gogh, il lavoro; quello di Toulouse-Lautrec il punto di rottura tra il riso e la pietà. Stiamo parlando di ossessioni che determinano i gesti e le percezioni di artisti nel corso dell’opera di una vita, anche quando la loro attenzione cosciente è altrove. Una sorta di predisposizione dell’immaginazione. Il modo in cui il lavoro di una vita scivola verso un tema che per quell’artista rappresenta la propria casa. (John Berger, PORTRAITS)

Alla luce dell’intuizione di Berger, e in linea con il titolo e i propositi di questa mostra di Vanni Macchiagodena, vorrei centrare l’attenzione su quell’unico tema, quella sola figura iconografica che più si avvicina al tipo di ossessione che Berger equipara alla “casa” dell’artista. Il tema in cui l’artista trova rifugio, che diventa per lui autentico luogo dove proteggersi, dove nutrire e ridefinire se stesso. È strano, anche per uno psicoanalista come me, parlare dell’evoluzione di un’ossessione. Come può, in effetti, qualcosa di fisso, ripetitivo, ostinato nel suo ripresentarsi, finire per evolvere? Ma nel corso degli anni ho assistito in prima persona al processo con cui Macchiagodena è rimasto fedele a quella “casa” che è per lui la figura di San Martino, quantunque nello stesso tempo abbia sottoposto questa figura ad una sorta di riduzione per via di levare che . . . .

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