Psicoanalisi per non credenti. Un libro di Giovanni Starace

Giovanni Starace. Psicoanalisi per non credenti, Franco Angeli, Milano 2025. Pagg. 150, € 21
Recensione di Rosita Lappi
Il saggio di Giovanni Starace ripercorre con limpidezza e disincanto un percorso di formazione in psicoanalisi e si viene componendo come un flusso di memorie tra appunti e annotazioni che hanno accompagnato il lavoro di docente universitario e di psicoterapeuta psicoanalitico, tra lezioni, resoconti di sedute, appunti presi al volo nei seminari, durante i convegni e le supervisioni cliniche. Le riflessioni di una vita di lavoro appassionato e fertile, lungo una vita di studi, di esperienze cliniche e di impegno sociale, mostrano una propensione a cogliere il nuovo, a misurare lo scarto rispetto al sapere convenzionale, attraversando territori poco frequentati o marginali ma violentemente presenti nel contesto del vivere civile, come le tossicodipendenze e la criminalità, con cui l’autore ha lavorato sul confine della difficile integrazione sociale. Esperienze sul campo le cui testimonianze sono state raccolte in diversi saggi e libri e che vengono riprese ampiamente in questo testo.
La formazione psicoanalitica è notoriamente tra le più difficili e coinvolgenti e richiede un lungo ed impegnativo percorso nelle scuole di specializzazione psicoanalitiche, tra analisi personale, densi piani di studio, seminari, supervisioni ed esperienze di tirocinio. Giovanni Starace si sofferma nel carattere peculiare della formazione psicoanalitica, mettendo in evidenza e in discussione alcuni aspetti propri della formazione, rivisitando con acume critico situazioni che si presentano lungo un trattamento analitico. Attraverso le sue parole si vede il senso profondo di azioni che sono fondative del rapporto di cura, aspetti che fanno parte di una tipica ritualità della cura. Come l’importanza e la funzione del setting, l’insieme di condizioni che consentono il percorso della cura, un cammino nella storia del paziente, al suo passo, in ascolto, tra presenza discreta e partecipazione attiva che si esplica nello stimolare interrogativi, riflessioni, nuove prospettive.
Vengono affrontate con chiarezza questioni ostiche e annose che sollevano il problema di rivedere i concetti di difesa e di resistenza al trattamento, quando l’analisi si insabbia in dinamiche di ripetitività e impotenza, costrette dalla patologia; ma anche aspetti talvolta insidiosi dell’assetto di lavoro, come il pagamento delle sedute saltate, gli spostamenti di seduta e le vacanze, le interruzioni e le conclusioni del trattamento, o meglio le concludenze, a cui l’autore ha dedicato un lucido saggio.
Condizioni che si debbono affrontare in ogni terapia per consentirne il proseguimento, non regole ma azioni condivise e argomentate, quindi interpretabili nel contesto del cammino insieme, con le inevitabili difficoltà e incomprensioni. Dagli studi di antropologia, l’autore valorizza l’aspetto della ritualità degli incontri psicoterapeutici, dove i rituali rinforzano ciò che è familiare, sentito come proprio e inalienabile, il conosciuto rassicurante che predispone all’apertura di nuove prospettive.
L’insofferenza verso ortodossie ideologiche sclerotizzate lo porta a rivendicare una libertà di studioso e di ricercatore clinico-teorico. Certi nodi teorici e di tecnica, superati con libertà di pensiero, mostrano una nitidezza del problema fino ad allora solo confusamente intuito e quasi temuto. Viene rifiutata l’idea di una psicoanalisi ai cui principi teorici e tecnici si debbano uniformare tutti i trattamenti, come se l’analisi fosse il baricentro di una vita e non una risorsa da percorrere in aiuto di quella vita.
Il testo dedica molte pagine alla soggettività dell’analista, alle sue competenze e sensibilità che sono la via per aiutare il paziente a riconoscere il proprio sentire, tra nuclei problematici, arresti del pensiero, vuoti di significato, incongruenze, così ritrovando fiducia, risorse e speranze. Mi colpisce in particolare, raccontando della propria analisi e del transfert vivo ed evolutivo, il suo avere sentito molte volte nel proprio analista la naturale propensione a godere la vita, a saper vivere il piacere, una esperienza importante e fondamentale poi nell’acquisire, come psicoterapeuta, un proprio stile vitale, autonomo e personale. Chi fa questo lavoro sa che quando si arriva a sentire insieme al paziente amore per la vita, la commozione anche di un solo momento ripaga di un lavoro fatto di acume, cautela, fiducia, attesa. Questo fa si che l’approccio umano della seduta sia euristico, attento alle comunicazioni del paziente, e si configuri come un parlare insieme, un esplorare piuttosto che un definire e interpretare univocamente. Un ambiente intimo costituito sulla fiducia di questo cammino, straordinario e unico, complesso e stratificato di esperienze sedimentate, spesso inconsapevoli, di richiami ad esperienze primarie, affettive, sensoriali e relazionali.
La soggettività del terapeuta e del suo lavoro solitario è un tema assai poco esplorato; l’assetto di lavoro lo vede partner di un progetto di cura centrato sul paziente e assorbito dalle sue narrazioni, ma allo stesso tempo concentrato su se stesso, in uno stato sospeso di ascolto di quanto il paziente porta alla sua sensibilità preconscia e inconscia, stati emotivi che transitano in lui per divenire immagini e pensieri da decifrare. Questa attenzione implica un ascolto attivo e una mente che “vede”, che elabora le caratteristiche dell’ambiente del paziente, vede le persone e gli spazi di vita, quel clima fatto di familiarità, di comunitas, di socialità che permea l’identità personale del paziente. Per incontrarlo come testimoni e partecipi di esperienze di cui parlare insieme, procedendo nella cura.
Leggendo faccio qualche mia considerazione, ripensando al mio stesso lavoro di psicoterapeuta psicoanalitica, mi rendo conto di quante conquiste della psicoanalisi sono state assorbite nella contemporaneità, l’attenzione ai traumi, agli abusi, alla evoluzione del sé, l’importanza della identità soggettiva, della relazionalità, delle capacità riflessiva e simbolica della mente, delle risorse creative. E certamente è un bene che le conoscenze abbiano fertilizzato la società accompagnandola nei suoi cambiamenti, si siano confrontate con altre discipline come le scienze sociali, l’abbiano indirizzata verso conquiste umane e civili, che ancora oggi sembrano essere non pienamente conquistate, nelle mutate manifestazioni di disordine sociale e di disagio individuale.
Il titolo è curioso e lascia presagire una prospettiva inusuale a cui il lettore pensa per tutto il libro. Chi sono i “non credenti” a cui si rivolge? Sono coloro che non vivono l’essere psicoanalisti come una fede ideologica, o sono coloro che non credono nella psicoanalisi? In questa aporia sta l’interesse centrale di questo libro, sintesi di un percorso originale e di un modo di pensare scientifico aperto ad idee, libero e fertile. È la testimonianza di chi ha praticato la psicoanalisi non aderendovi in modo fideistico e acritico, ma interrogandola dall’interno della pratica clinica e appassionandosi dei suoi dilemmi e ipotesi, nella produzione di un modello flessibile, volto al costante tentativo di liberarsi da condizionamenti teorici desueti e costrittivi, duttile nell’incontro con pazienti che vivono situazioni di disagio oggi sempre meno inquadrabili nelle consuete categorie psico-diagnostiche.
I non credenti sono gli interlocutori a cui si rivolge l’autore, i colleghi, i pazienti, le persone disorientate e alla ricerca di un sollievo, di un approdo di cura, di una speranza da credenti. Questa scelta progettuale fa di questo libro una preziosa testimonianza per chi è alla ricerca di aiuto e un utile strumento per chi pratica la psicoterapia come lavoro.
Giovanni Starace ha insegnato Psicologia Dinamica e Clinica all’Università di Napoli Federico II. È membro della Società Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica (S.I.P.P.). Oltre a numerosi saggi, ha scritto Il racconto della vita. Psicoanalisi e autobiografia (Bollati Boringhieri, 2004); Gli oggetti e la vita. Riflessioni di un rigattiere dell’anima sulle cose possedute, le emozioni, la memoria (Donzelli, 2013); Vite violente. Psicoanalisi del crimine organizzato (Donzelli, 2014); Testimoni di violenza. La camorra e il degrado sociale nel racconto di dieci detenuti (Donzelli, 2020).
Rosita Lappi è psicoterapeuta psicoanalitica, membro Ordinario con funzioni di training della Società Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica (SIPP). È Direttore responsabile di ARACNE rivista.

