Giampaolo Sasso. La camera a nebbia anagrammatica. Teoria e pratica dello studio anagrammatico del testo poetico

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Giampaolo Sasso. La camera a nebbia anagrammatica. Teoria e pratica dello studio anagrammatico del testo poetico. Pendragon, 2023. € 38,00. Pagg. 788

Recensione di Rosita Lappi

Giampaolo Sasso, psicoanalista e linguista, si occupa da anni delle strutture del pensiero inconscio, con particolare attenzione alla poesia e alle neuroscienze. In questo ultimo libro ci trasporta dentro le trame della poesia, attraverso sequenze linguistiche i cui enigmatici spostamenti di senso gettano nuova luce sulla natura profondamente generativa della mente. Nella poesia, la natura insondabile e pervasiva della coscienza sfuma nell’inconscio, in quel magma di snodi associativi linguistici e evocazioni visive e di senso. Nel lavoro infinitamente complesso delle connessioni mentali il gioco anagrammatico è colto da Sasso attraverso lo studio dei testi poetici e delle relazioni tra le parole, i loro significati, il loro riordinarsi in sequenze che sono testi dentro i testi, densi e pieni di enigmatici rimandi.
Il titolo esordisce con La camera a nebbia. Qui è enunciata subito, e in modo sottilmente metaforico, la tesi più profonda del libro.  La “camera a nebbia” è lo straordinario strumento inventato da Wilson nell’inizio del 900 tramite cui sono state scoperte le prime particelle elementari dell’atomo. Consiste in una piccola scatola satura di vapore, immersa in un campo elettrico e magnetico: le particelle, attraversandola, fanno condensare il vapore producendo una traccia visibile, da cui si può risalire alle loro proprietà elettriche e magnetiche. L’anagramma, nell’analogia, corrisponde alle tracce lasciate nel testo dai processi ideativi che hanno generato la poesia, e che altrimenti non potremmo riconoscere. Gli anagrammi, quindi, non sono semplici entità fonetico-grafiche, ma tracce di eventi mentali: e lo studio porta alla luce la particolare forza espressiva del linguaggio poetico che cerca di porsi in stretta relazione alla natura stessa del pensiero e della coscienza.
Il ibro riprende a partire da Saussure la linguistica del novecento, cercando di colmare l’originaria ambizione dello strutturalismo di fornire un modello teorico innovativo sulla natura e funzione del linguaggio, in particolare quello poetico. Ne emerge una sorta di sottotesto strutturale del testo poetico, nel senso che l’analisi anagrammatica ne porta alla luce gli strati profondi, ne esprime, come dire, l’intensità e la coerenza semantica e tematica. Alcuni esempi, illustrati dalle figure stesse con cui Sasso descrive nel libro i flussi di anagrammi, chiariscono come interpretare in senso strutturale temi teorici altrimenti non rilevabili con le ordinarie procedure di studio.
Risulta innanzitutto evidente, nel testo poetico, la relazione strutturale tra anagramma e rima, essendo la rima l’anagramma più semplice, costituito da due tratti uguali di lettere. Questa semplice osservazione spiega la facilità con cui l’anagramma partecipi in modo naturale alla funzione dalla rima o ne faccia direttamente le veci.
Per fare un esempio che ci trasporti subito nella originalità della ricerca di Giampaolo Sasso, alcuni anagrammi presenti tra i versi iniziali della prima strofa di A Silvia ne chiariscono il significato:

Silvia rimembri ancora / il tempo della tua vita mortale / quando beltà splendea / negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi…

Tra i versi sono rintracciabili diverse sequenze che si anagrammano, tra cui la più significativa è  “TALE – ELTA” che vincola la relazione “mor-TALE – b-ELTA”: l’anagramma rende evidente il nesso tra mortale e beltà che esprime come la beltà sia destinata a svanire e, per Silvia, la giovinezza non possa essere vissuta. Questo fondamentale tema è ribadito dai due anagrammi “ITAM – MITA” e “RTA – TAR” che da “v-ITA M-o-RTA-le”, convergono su “li-MITAR-e”, “il limitare / di gioventù salivi”, che precisa il limite della vita-giovinezza, di cui Silvia è il simbolo. L’anagramma, dunque – è la tesi ribadita da Sasso nei numerosissimi esempi del libro – è determinante per chiarire le relazioni semantiche-tematiche di un testo poetico. Sasso mostra la straordinaria evidenza, nella versione manoscritta della prima strofa di A Silvia, della coppia di anagrammi, di sette e sei lettere, che da “sen tuo ver-ginale” convergono su “gi-oventù s-alivi”. Proprio il seno di Silvia dunque, è l’emblema della sua gioventù.

Leopardi, però, cancella nella versione a stampa l’intero quarto verso che include “sen tuo verginale”, rinuncia cioè alla rilevante coppia di anagrammi, il cui significato – siamo perciò invitati a supporre– presentava una Silvia troppo attraente e coinvolgente il poeta. Ciò ci aiuta a comprendere, da un punto di vista strettamente filologico, perché egli muti la versione originaria, volendo darci la visione, in quella definitiva, di una Silvia più matura, pensosa, consapevole.
La preziosità dell’anagramma emerge sistematicamente nelle numerosissime poesie presentate dall’autore (quasi un centinaio), fornendo un quadro teorico estremamente ricco, particolarmente adatto a spiegare la tensione ideale originaria dello strutturalismo, purtroppo perduta, e del tutto disattesa nei tempi attuali da quanto più sembra interessare la comunicazione sociale, la cosiddetta narrazione. In questo senso il libro di Sasso appare salutare, come ad indicare l’enorme area teorica che riguarda in profondità il linguaggio e la sua ricchezza potenziale. Un aspetto certamente avvincente, per il lettore che ama la poesia, è il senso di scoperta che talvolta può sorprenderlo nel constatare come l’anagramma può contribuire a un significato del testo altrimenti non riconoscibile.

Un altro esempio può essere dato dalla famosa Canzone di Ariel di Shakespeare.
Alla lettura, noi accettiamo con semplicità non solo che il tema sia favolistico, ma anche che la “strana ricchezza” generata dal dissolversi del corpo del padre di Ferdinando rimanga in qualche modo misteriosa, e non abbia direttamente a che vedere con lo scampanio delle ninfe marine che commemorano quella morte. Ma il testo, quando studiamo gli anagrammi, sottintende qualcosa di molto più preciso: lo scampanio che Ferdinando ascolta è originato dal padre, più esattamente dai suoi occhi.

Solo quando siamo posti di fronte a questa duplice relazione capiamo più in profondità il senso della metafora iniziale, il trasformarsi degli occhi in perle e delle ossa in corallo. È Il dilavare del mare che attua questa trasformazione: pertanto, se dagli occhi dipende il suono dello scampanio, dobbiamo necessariamente concludere che questo ha origine dalle pupille mutate in perle che risuonano nelle cavità ossee trasformate in corallo. È un’immagine macabra, che Shakespeare ci risparmia, ma che il testo con precisione mostra come fonte di quello scampanio. Ciò spiega, più esattamente, perché quel suono rappresenti direttamente il padre. Sepolto nelle profondità del mare egli non può parlare né guardare Fernando, ma i suoi occhi mutati in perle rivelano la preziosità della trasformazione attuata dal mare, quel “qualcosa di ricco e strano” che ha origine da quella morte, ma che parla a Fernando con il festoso scampanio.
Come riassumere perciò questo volume? Può risultare più chiara la sua ampiezza e l’enorme lavoro che lo ha prodotto tenendo conto che Sasso è uno psicoanalista che ha seguito l’invito di Freud di porre attenzione alla letteratura e all’arte per entrare in profondità nella complessità dell’inconscio. Possiamo accettare che l’inconscio abbia delle strutture? Freud forse potrebbe non essere d’accordo, ritenendo che l’inconscio sia senza contraddizione e senza tempo. Ma probabilmente accetterebbe molto volentieri il tema costante che emerge da questo volume: la ricchezza della fantasia e la potenza che la mente mette a disposizione di qualcosa che tipicamente caratterizza il testo poetico, il fatto che esso introduca a una verità più profonda di quello della semplice coscienza della nostra vita diurna. La poesia sottintende la natura del desiderio, ma nella complessità con cui lo formula una mente vigile, obbligata ad essere tale dalla natura complessa, spesso indecifrabile e deludente, della realtà. Nessuna poesia descrive esattamente la realtà, ambisce anzi a trascenderla: il suo nucleo più profondo e la visionarietà che traguarda alla realtà osservandone le mancanze, le incompletenze di senso, le difficoltà affettive, di una morale o di una etica, e viceversa pone nel fuoco dell’attenzione la necessità di ricostruirne una verità estetica il più possibile assoluta. È un salto che noi assegniamo direttamente al dispositivo formale del testo poetico che intenzionalmente vuole differenziarlo dalla realtà dell’ordinario linguaggio. L’intenzione profonda non è la realtà, ma ciò che la realtà ci insegna, ci obbliga a guardare, e che include quindi la nostra visione interiore, il nostro giudizio, la nostra fede nel linguaggio.
Questa complessità ci sfugge, ma questo libro ce la mostra, in innumerevoli esempi. Il poeta è coraggioso, non vuole l’ordine sintattico-grammaticale della ragione, vuole qualcosa di più profondo, di più genuino, che il verso canti, ma che un fraseggio musicale non sia la pedissequa evocazione di una realtà mentale, ma una fonte originalmente nativa, non contaminabile dalla lingua comune. Nella profondità della mente ciò dà un senso all’anagramma: a una sua forma virtuosa, ricca, consapevole, aderente alla natura della coscienza che cerca di non smarrirsi, e di conferire comunque alla lingua una sua verità o almeno un tentativo di verità. È questa particolare forza, in profondità ascetica, che emerge dallo studio dell’anagramma e Sasso cerca di farcelo capire in tutti i modi, illustrandoci in innumerevoli dettagli e in diverse lingue oltre all’italiana (francese, inglese, tedesca, addirittura quella latina del Carpe Diem) la preziosità del tessuto combinatorio che permette alla mente di esplorare e contenere tutti i significati che noi avvertiamo traguardando alla realtà, e di restituirceli nella forma compiuta che ha il testo poetico, anche quando appare semplice, ritirato, o pensato nell’ombra di un dolore, raramente in quello di una felicità.

 

Giampaolo Sasso. Psicoanalista e linguista, è membro Ordinario con funzioni di training della Società Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica (SIPP). Si occupa da anni delle funzioni mentali inconsce, con particolare attenzione allo studio della poesia e agli attuali sviluppi delle neuroscienze. Le sue ricerche sulla poesia hanno come riferimento la teoria freudiana sul sogno e lo strutturalismo. È autore, tra gli altri studi, di “Le strutture anagrammatiche della poesia” (Feltrinelli, 1982), “La mente intralinguistica” (Marietti, 1993), “Struttura dell’oggetto e della rappresentazione” (Astrolabio, 1999), “Psicoanalisi e Neuroscienze” (Astrolabio, 2005), “Il segreto di Keats” (Pendragon, 2006), “The Development of Consciousness: An Integrative Model of Child Development, Neuroscience and Psychoanalysis” (Karnac, 2007), “La nascita della coscienza” (Astrolabio, 2011). “La camera a nebbia anagrammatica. Teoria e pratica dello studio anagrammatico del testo poetico. (Pendragon, 2023)

 

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