Vulnerabilità e resilienza. Mari Katayama: la ferita diventa arte

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Vulnerabilità e resilienza. Mari Katayama: la ferita diventa arte

di Alessandra Olivares

Abstract

L’arte di Mari Katayama provoca, seduce e fa riflettere. L’artista, nata con una grave malattia, l’Emimelia tibiale, decise all’età di soli nove anni di sottoporsi ad un intervento di amputazione degli arti inferiori, pur di continuare a camminare con il supporto di protesi. Grazie all’arte, Katayama ha trovato la forza e il desiderio di reagire positivamente ad un destino che sembrava aver scelto per lei. Il suo è un percorso in cui arte e vita si fondono per trasformare la sofferenza, la mancanza e l’imperfezione in armonia, libertà e forza creativa. Al centro di tutto vi è il corpo, il suo, che ha dovuto imparare ad accettare e a mostrare al mondo per quello che è, con i suoi limiti, ma anche in tutta la sua divergente bellezza.
E nel dialogo che intercorre tra l’artista e lo spettatore si realizza uno scambio reciproco attraverso il quale si impara a conoscere meglio anche se stessi. Attraverso le sue creazioni, Katayama ci svela le sue ferite, ma anche le nostre, perché tutti noi siamo immersi in un’epoca, i cui valori si rivelano sempre meno in linea con il concetto di umanità. Per questo siamo chiamati ad intraprendere nuovi e faticosi percorsi di soggettività, per abitare in un mondo dominato dal culto della bellezza, in cui diversità e imperfezione sembrano non essere contemplate.

Immagine: Mari Katayama, White legs #001, 2009.

Parole chiave: corpo, bellezza, identità, fotografia, forza creativa.

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