Dall’immanenza alla “fotografia transitiva”

 In La camera ibrida, Tematiche

L’atto del vedere e del conoscere non ha alcun effetto sulle cose appunto viste o conosciute – così i filosofi scolastici definivano aristotelicamente il concetto di ‘immanenza’ – come anche l’atto del fotografare non produce alcun effetto, tranne qualche eccezione, sulla realtà fotografata o «effettuale» (termine machiavellico prima che heideggeriano). Tale simmetria è superata nel momento in cui si trasla il ragionamento nell’ambito del lavoro del fotografo non-vedente Evgen Bavcar con le sue annesse dinamiche “produttive”.

“Chiudere” gli occhi permanentemente per un incidente irreversibile, come nel caso dell’artista in questione, spegne la pratica della “visione” diretta, spostandola quindi dall’ambito fenomenologico visivo a quello della memoria visiva, coadiuvata adesso dalle fenomenologie dirette dei sensi rimasti attivi. Il bagaglio di memoria farà da dispensa futura al suo «essere-nel-mondo», fornendo le coordinate spazio-temporali della “visione” o percezione, parallelamente all’attivazione di una serie di feed-back sensoriali alle immagini primitive originarie conservate nella memoria, in un loop di scambio continuo di informazioni.

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