Intermezzo. Una conversazione con Allegra Hicks

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Intermezzo.  Una conversazione con Allegra Hicks

di Anthony Molino

Qualche mese fa, a fine febbraio, ero a Napoli, passeggiando in una rara domenica invernale senza pioggia per i vicoli che intersecando Via San Gregorio Armeno alimentano di turisti le rigurgitanti botteghe dei presepi fuori stagione. Ad un tratto mi sono imbattuto in un grande cartellone che annunciava una mostra lì a pochi metri, all’interno della Chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio. La mostra, intitolata Intermezzo, era forse un pretesto per entrare in quel luogo che comunque mi avrebbe distratto, offrendomi rifugio dalla baraonda urbana che male tolleravo. Non avevo però idea di cosa potesse aspettarmi una volta fatte le scale, né cosa potesse annunciare quel teschio di bronzo incolonnato come un pomello all’inizio della balaustra di pietra, consunto nei secoli dal passaggio carezzevole di innumerevoli mani più o meno fedeli, più o meno cristiane. Bisognoso di una sosta e sollevato dalla prospettiva di quella caritatevole offerta di riparo, sono entrato, attonito, in un altro universo. Era come se fossi stato scaraventato fuori da questo mondo, per ritrovarmi in un’altra dimensione la cui fredda cupezza, il cui umido e assoluto silenzio, facevano da severo contrappunto al fragoroso caos che animava le strade. È qui, in uno spazio al contempo tombale e allucinatorio, stratificato e consacrato non tanto da una istituzione religiosa quanto dalla moltitudine di innominate esistenze che nei secoli vi hanno fatto capolinea, che ho fatto la conoscenza di Allegra Hicks, artista di cui ignoravo persino il nome ma che, nell’epifanica manifestazione della propria opera maestosa all’interno di quella chiesa arcaica, mi ha catturato come raramente è successo in vita mia. . . . .

Immagine: Intermezzo (Chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio, NA), crochet di cotone fatto a mano, metri 6 x 4,9.

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