Spazi di luce dei ritratti postumi

 In La camera ibrida, Tematiche

Nel 2003 esce in Francia un romanzo scritto da Nathalie Rheims dal titolo Lumière invisibile à mes yeux. Nel risvolto di copertina l’opera viene descritta come un “thriller metafisico”, costruito attraverso immagini fotografiche post-mortem, derniers portraits. Il racconto – narrato in prima persona – si apre con la notizia ricevuta dalla protagonista di una casa lasciata in eredità da uno sconosciuto. Segue il viaggio verso la misteriosa residenza, l’incontro con figure che svaniscono come fantasmi e con il proprietario di casa che già morto e disteso su un letto chiede alla visitatrice attraverso una lettera di custodire gli oggetti contenuti all’interno. Una volta scoperte una serie di immagini parlanti di defunti appese lungo le pareti che chiedono di abbandonare la casa, nella protagonista cresce il desiderio di portare alla luce queste fotografie sottraendole all’oscurità del luogo in cui sono conservate. Nella scena finale la donna raggiunge la stazione con un baule contenente i ritratti.
All’interno del racconto, provenienti dalla collezione personale della scrittrice e dell’editore Léo Scheer, sono inseriti nove ritratti, ciascuno associato ad un testo, più una sezione fotografica finale. Si tratta di immagini in cui gli individui sono colti nel momento successivo al decesso e precedente al seppellimento, talvolta ricomposti in modo da sembrare addormentati o ancora in vita, secondo una consuetudine ben radicata nell’Ottocento e diffusa anche all’inizio del Novecento.

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