Lomo sapiens

 In La camera ibrida, Tematiche

…per fotografare quanto più si può bisogna: o vivere in modo quanto più fotografabile possibile, oppure considerare fotografabile ogni momento della propria vita.
La prima via porta alla stupidità, la seconda alla pazzia.

La fotografia, con la sua capacità di fissare ciò che vediamo bloccando l’incessante fluire dell’esistenza, ha da sempre stimolato una profonda riflessione teorica. Si è discusso molto del particolare statuto di queste immagini rispetto alla realtà come anche del ruolo di quel particolare tipo di artista che ne sarebbe l’autore. Poco si è detto, invece, su ciò che sta in mezzo fra i due: quell’apparecchio la cui natura tecnica sembrerebbe porre al fuori da qualunque discussione estetica. Come se gli strumenti che utilizziamo per compiere le più diverse attività non intervenissero sul soggetto che li adopera. Se siamo costretti ad agire su qualcosa per produrre un’immagine, è lecito pensare che a tale azione corrisponda una qualche forma di reazione, ovvero che lo strumento, in qualche modo, agisca anch’esso su di noi. Senza macchina fotografica, insomma, non viene a mancare solo l’immagine stampata, quello che scompare è il fotografo, quello strano signore che quando si guarda intorno vede, appunto, fotografie. È nell’apparecchio che l’impronta prende forma (Floch 1986) e si danno le condizioni di esistenza della fotografia. Nessun determinismo, per carità, si tratta semplicemente di un sistema di virtualità nel quale si danno le condizioni di esistenza per certe immagini e, prima di queste, per un tipo di sguardo. Ecco allora nuovo punto di vista da cui raccontare una storia.

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