PER INCISO. Vittorio Manno, Angelo Rizzelli e la tradizione grafica italiana

 In Raccordi, Rubriche

Vittorio Manno e Angelo Rizzelli:
Il segno tra memoria e sogno

“Questi coni rovesciati, questi imbuti, si chiamano Sassi: Sasso Caveoso e Sasso Barisano. Hanno la forma con cui, a scuola, immaginavamo l’inferno di Dante. E cominciai anch’io a scendere per una specie di mulattiera, di girone in girone, verso il fondo. La stradetta, strettissima, che scendeva serpeggiando, passava sui tetti delle case, se così quelle si possono chiamare. Sono grotte scavate nella parete di argilla indurita del burrone: ognuna di esse ha sul davanti una facciata; alcune sono anche belle, con qualche modesto ornato settecentesco. Queste facciate finte, per l’inclinazione della costiera, sorgono in basso a filo del monte, e in alto sporgono un poco: in quello stretto spazio tra le facciate e il declivio passano le strade, e sono insieme pavimenti per chi esce dalle abitazioni di sopra e tetti per quelle di sotto… ”
(Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli)

Carlo Levi ha scritto il suo capolavoro tra il 1943 e 1944, quando Vittorio Manno e Angelo Rizzelli erano ancora bambini, poco meno che scugnizzi. Lo scrisse quando non erano ancora arrivati a Matera, dove, separatamente e in momenti diversi, sarebbero approdati da lì a quindici anni il primo, ancora dopo Rizzelli. Ma era impossibile per due giovani meridionali, cresciuti nel dopoguerra e con l’ambizione inconsueta e osteggiata di fare arte, ignorare la storia di terre al confine con la propria. Da adolescenti avevano sicuramente letto le pagine struggenti di Cristo si è fermato a Eboli, come sicuramente conoscevano le poesie, nobili e accorate, di denuncia e di speranza, . . .
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