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Aracne https://aracne-rivista.it/ Rivista d'Arte Sun, 27 Sep 2026 11:57:26 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1.2 Il pensiero liturgico-musicale di Pietro Sorci https://aracne-rivista.it/il-pensiero-liturgico-musicale-di-pietro-sorci/ https://aracne-rivista.it/il-pensiero-liturgico-musicale-di-pietro-sorci/#respond Sat, 26 Sep 2026 09:39:12 +0000 https://aracne-rivista.it/?p=6697 Il pensiero liturgico-musicale di Pietro Sorci di Valerio Ciarocchi Sommario: Il presente contributo intende ricostruire i tratti salienti del pensiero liturgico-musicale di Pietro Sorci ofm, una delle figure più autorevoli della teologia liturgica post-conciliare in Italia. Attraverso l’analisi dei suoi scritti e del suo magistero accademico, l’articolo evidenzia come egli considerasse la musica liturgica non […]

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Il pensiero liturgico-musicale di Pietro Sorci

di Valerio Ciarocchi

Sommario:

Il presente contributo intende ricostruire i tratti salienti del pensiero liturgico-musicale di Pietro Sorci ofm, una delle figure più autorevoli della teologia liturgica post-conciliare in Italia. Attraverso l’analisi dei suoi scritti e del suo magistero accademico, l’articolo evidenzia come egli considerasse la musica liturgica non come un mero ornamento estetico, bensì come un vero e proprio codice linguistico intrinseco e coessenziale all’azione rituale. In questa prospettiva, l’armonia tra la qualità artistica del repertorio e la partecipazione attiva (actuosa participatio) dell’assemblea si configura come un imprescindibile itinerario mistagogico. L’indagine mette in luce il primato dell’essere teologico sulla prassi pastorale superficiale, offrendo criteri scientifici e metodologici per una rinnovata formazione degli animatori musicali e per una celebrazione autentica del Mistero Pasquale.

Parole chiave: Pietro Sorci; Estetica liturgica; Musica sacra; Mistagogia; Riforma conciliare; Partecipazione attiva.

Abstract:

This paper aims to reconstruct the main features of the liturgical-musical thought of Pietro Sorci ofm (1939-2025), one of the most authoritative figures in post-conciliar liturgical theology in Italy. Through the analysis of his writings and his academic teaching, the article highlights how he considered the liturgical music not as a mere aesthetic ornament, but rather as a true linguistic code, intrinsic and co-essential to the ritual action. In this perspective, the harmony between the artistic quality of the repertoire and the active participation (actuosa participatio) of the assembly becomes an essential mystagogical itinerary. The investigation highlights the primacy of theological being over superficial pastoral practice, offering scientific and methodological criteria for a renewed training of musical animators and for an authentic celebration of the Paschal Mystery.

Keywords: Pietro Sorci; Liturgical aesthetics; Sacred music; Mystagogy; Conciliar reform; Active participation.

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L’armonia della frontiera. Plurilinguismo, pratiche coreutico-musicali e negoziazione identitaria a Camporosso in Val Canale e frazioni di Tarvisio https://aracne-rivista.it/larmonia-della-frontiera-plurilinguismo-pratiche-coreutico-musicali-e-negoziazione-identitaria-a-camporosso-in-val-canale-e-frazioni-di-tarvisio/ https://aracne-rivista.it/larmonia-della-frontiera-plurilinguismo-pratiche-coreutico-musicali-e-negoziazione-identitaria-a-camporosso-in-val-canale-e-frazioni-di-tarvisio/#respond Thu, 17 Sep 2026 14:40:14 +0000 https://aracne-rivista.it/?p=6691 L’armonia della frontiera. Plurilinguismo, pratiche coreutico-musicali e negoziazione identitaria a Camporosso in Val Canale e frazioni di Tarvisio di Valerio Ciarocchi Sommario Il presente contributo analizza i meccanismi di negoziazione identitaria e di sincretismo culturale a Camporosso (Saifnitz / Žabnice), frazione di Tarvisio in Val Canale (Friuli Venezia Giulia), attraverso lo studio del suo paesaggio […]

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L’armonia della frontiera. Plurilinguismo, pratiche coreutico-musicali e negoziazione identitaria a Camporosso in Val Canale e frazioni di Tarvisio

di Valerio Ciarocchi

Sommario

Il presente contributo analizza i meccanismi di negoziazione identitaria e di sincretismo culturale a Camporosso (Saifnitz / Žabnice), frazione di Tarvisio in Val Canale (Friuli Venezia Giulia), attraverso lo studio del suo paesaggio sonoro (soundscape) e delle sue pratiche rituali. In prospettiva comparativa con il modello di conservazione per isolamento riscontrabile nella vicina Val Resia, la Val Canale offre un esempio paradigmatico di plurilinguismo pragmatico, dove i ceppi romanzo, germanico e slavo coesistono senza escludersi. Basandosi su una prolungata osservazione partecipante condotta dall’autore come docente di musica sul territorio già nel triennio 2004-2007, e su una successiva, e lunga, sedimentazione riflessiva, l’articolo esamina la dualità acustica della comunità. Si analizza la convergenza trilingue dei canti polifonici a cappella eseguiti per la festa di sant’Egidio, l’occupazione territoriale della banda di ottoni (Blaskapelle) e il caos sonoro rituale del ciclo invernale di San Nicolò e i Krampus a Tarvisio. L’indagine dimostra come la performance musicale e rituale agisca da dispositivo dinamico capace di ridefinire il concetto stesso di confine geopolitico.

Parole chiave: Etnomusicologia della frontiera, Val Canale, Plurilinguismo pragmatico, Camporosso, Paesaggio sonoro rituale.

 Abstract

This paper analyzes the mechanisms of identity negotiation and cultural syncretism in Camporosso (Saifnitz / Žabnice), a hamlet of Tarvisio in Val Canale, through the study of its soundscape and ritual practices. In a comparative perspective with the preservation through isolation model found in the nearby Val Resia, Val Canale offers a paradigmatic example of pragmatic plurilingualism, where Romance, Germanic, and Slavic roots coexist without mutual exclusion. Based on an extended participant observation conducted by the author as a music teacher in the area between 2004 and 2007, and subsequent reflective sedimentation, the article examines the acoustic duality of the community. It analyzes the trilingual convergence of a cappella polyphonic songs performed for the Feast of St. Egidio, the territorial presence of the brass band (Blaskapelle), and the ritual sonic chaos of the winter cycle of St. Nicholas and the Krampus in Tarvisio. The study demonstrates how musical and ritual performance acts as a dynamic device capable of redefining the very concept of a geopolitical border.

Keywords: Borderland Ethnomusicology, Val Canale, Pragmatic Plurilingualism, Camporosso, Ritual Soundscape.

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Geografie di una memoria modale. Diaspore, codici culturali e consonanze espressive tra il patrimonio musicale arbëreshë e la tradizione iranica https://aracne-rivista.it/geografie-di-una-memoria-modale-diaspore-codici-culturali-e-consonanze-espressive-tra-il-patrimonio-musicale-arbereshe-e-la-tradizione-iranica/ https://aracne-rivista.it/geografie-di-una-memoria-modale-diaspore-codici-culturali-e-consonanze-espressive-tra-il-patrimonio-musicale-arbereshe-e-la-tradizione-iranica/#respond Sun, 06 Sep 2026 22:09:26 +0000 https://aracne-rivista.it/?p=6678 Geografie di una memoria modale. Diaspore, codici culturali e consonanze espressive tra il patrimonio musicale arbëreshë e la tradizione iranica di Valerio Ciarocchi Sommario Il presente contributo esplora le insospettabili consonanze estetiche, strutturali e antropologiche che collegano le espressioni musicali delle comunità italo-albanesi (arbëreshë) alla tradizione colta iranica. Superando una prospettiva geografica strettamente eurocentrica, l’indagine […]

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Geografie di una memoria modale. Diaspore, codici culturali e consonanze espressive tra il patrimonio musicale arbëreshë e la tradizione iranica

di Valerio Ciarocchi

Sommario

Il presente contributo esplora le insospettabili consonanze estetiche, strutturali e antropologiche che collegano le espressioni musicali delle comunità italo-albanesi (arbëreshë) alla tradizione colta iranica. Superando una prospettiva geografica strettamente eurocentrica, l’indagine rintraccia un filo conduttore nell’orizzonte storico dell’Oriente bizantino, spazio di osmosi in cui i sistemi modali dell’Oktoechos e del Dastgāh si sono reciprocamente guardati e influenzati. Attraverso una metodologia comparativa e interdisciplinare, la ricerca analizza tre livelli di convergenza: la persistenza della trasmissione orale come dispositivo di resistenza identitaria nelle diaspore, l’architettura microtonale estranea al sistema temperato occidentale, e l’inscindibilità tra codice musicale e prassi etica. Quest’ultimo aspetto si manifesta nel parallelo tra i codici di condotta e ospitalità sacra – la Besa balcanica e il Ta’arof – e nell’uso di metafore botanico-olfattive comuni, come la ricorrenza del gelsomino nella testualità poetica. L’articolo mira così a ridefinire i confini della prossimità culturale, dimostrando come la musica possa agire da cassaforte della memoria collettiva in contesti storici apparentemente distanti.

Parole chiave: etnomusicologia, musica arbëreshë, tradizione musicale iranica, sistemi modali, diaspora, antropologia della musica.

Abstract

This paper explores the unsuspected aesthetic, structural, and anthropological consonances linking the musical expressions of Italo-Albanian (Arbëreshë) communities with the Iranian classical tradition. Moving beyond a strictly Eurocentric geographical perspective, this study traces a common thread within the historical horizon of the Byzantine East, a space of cultural osmosis where the modal systems of the Oktoechos and the Dastgāh historically interacted and influenced one another. Employing a comparative and interdisciplinary methodology, the research analyzes three levels of convergence: the persistence of oral transmission as a mechanism of identity resistance in diasporic contexts, a microtonal architecture alien to the Western tempered system, and the inseparability of musical practice from ethical codes. This latter aspect manifests in the parallel between traditional codes of conduct and sacred hospitality – the Balkan Besa and the Iranian Ta’arof – as well as in the shared use of botanical-olfactory metaphors, such as the recurring presence of jasmine in poetic texts. The article thus aims to redefine the boundaries of cultural proximity, demonstrating how music serves as a safe-house for collective memory across seemingly distant historical contexts.

Keywords: ethnomusicology, arbëreshë music, iranian musical tradition, modal systems, diaspora, anthropology of music.

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DISTOPICO DISPOTICO https://aracne-rivista.it/distopico-dispotico/ https://aracne-rivista.it/distopico-dispotico/#respond Sun, 30 Aug 2026 16:43:50 +0000 https://aracne-rivista.it/?p=6671 DISTOPICO DISPOTICO – 2026 di Stefano Tonti   Vai alla rubrica  TAPETUM LUCIDUM

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DISTOPICO DISPOTICO – 2026

di Stefano Tonti

 

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Due esempi di riscrittura postmoderna della fiaba tradizionale: la figura dei nonni in Gianni Rodari https://aracne-rivista.it/due-esempi-di-riscrittura-postmoderna-della-fiaba-tradizionale-la-figura-dei-nonni-in-gianni-rodari/ https://aracne-rivista.it/due-esempi-di-riscrittura-postmoderna-della-fiaba-tradizionale-la-figura-dei-nonni-in-gianni-rodari/#respond Mon, 20 Jul 2026 14:04:10 +0000 https://aracne-rivista.it/?p=6656   Due esempi di riscrittura postmoderna della fiaba tradizionale: la figura dei nonni in Gianni Rodari di Rosaria Scialpi ABSTRACT Il saggio breve proposto intende indagare come Gianni Rodari abbia rielaborato il materiale della fiaba tradizionale e in particolare la figura dei nonni per trasformarla in un laboratorio di pensiero critico e di linguaggio per […]

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Due esempi di riscrittura postmoderna della fiaba tradizionale: la figura dei nonni in Gianni Rodari

di Rosaria Scialpi

ABSTRACT

Il saggio breve proposto intende indagare come Gianni Rodari abbia rielaborato il materiale della fiaba tradizionale e in particolare la figura dei nonni per trasformarla in un laboratorio di pensiero critico e di linguaggio per i bambini, adottando una serie di strategie e procedimenti fantastico-narrativi come, ad esempio, l’errore generativo e l’inserimento di elementi della quotidianità contemporanea.
Attraverso l’analisi comparata di A sbagliare le storie e di Le fiabe e i nonni, riscritture rispettivamente di Cappuccetto Rosso (ATU 333) e di Il vecchio nonno e il nipotino (ATU 0980B), si cercherà di dimostrare come la figura del nonno possa assumere in queste rielaborazioni una doppia valenza: custode della tradizione ma anche catalizzatore e motore propulsore di partecipazione creativa. Si intende pertanto sostenere che, per mezzo degli artifici prima citati, dell’inserimento di elementi della contemporaneità (mezzi di trasporto, scuola, giornali, TV) e del finale aperto, in uno dei due casi presi in analisi, Rodari non abbia solo fornito una versione d’autore della fiaba tradizionale, trasportandola nel mondo del bambino contemporaneo, ma che ne abbia fatto uno strumento didattico e sociale che educa alla dialogia, alla critica delle autorità narrative, alla costruzione di senso autonoma e al ricorso del potere immaginifico. Il saggio si colloca al crocevia fra critica letteraria, pedagogia della letteratura e analisi dei media nel secondo dopoguerra italiano.

PAROLE CHIAVE: Gianni Rodari, fiaba, nonni, errore generativo, pedagogia

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Theo Angelopoulos: un poeta greco del grande schermo https://aracne-rivista.it/theo-angelopoulos-un-poeta-greco-del-grande-schermo/ https://aracne-rivista.it/theo-angelopoulos-un-poeta-greco-del-grande-schermo/#respond Wed, 15 Jul 2026 13:57:53 +0000 https://aracne-rivista.it/?p=6651 Theo Angelopoulos: un poeta greco del grande schermo di Anna Maria Geraci Abstract: Theo Angelopoulos (1935 – 2012) è stato uno dei più importanti registi europei del Novecento. Nato e vissuto in Grecia, ha costruito un cinema poetico e contemplativo, caratterizzato da lunghi piani-sequenza, silenzi evocativi e paesaggi carichi di memoria. Oggi, seppur molto apprezzato […]

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Theo Angelopoulos: un poeta greco del grande schermo
di Anna Maria Geraci

Abstract: Theo Angelopoulos (1935 – 2012) è stato uno dei più importanti registi europei del Novecento. Nato e vissuto in Grecia, ha costruito un cinema poetico e contemplativo, caratterizzato da lunghi piani-sequenza, silenzi evocativi e paesaggi carichi di memoria. Oggi, seppur molto apprezzato da studiosi e appassionati di cinema, è conosciuto da una ristretta cerchia. Per questo il saggio I confini della nostalgia. Introduzione al cinema di Theo Angelopoulos (Bietti, 2026), diventa un prezioso strumento di conoscenza e approfondimento sulla vita e il lavoro del cineasta.

Parole chiave: Theo Angelopoulos, cinema, contemplazione, Grecia

 

Da Trasfusione di Ghiannis Ritsos

La Grecia in ogni istante in ogni luogo
muta solitaria conoscenza
la Grecia nascosta ci dà pena
automobili corrono turisti lampioni
la Grecia immobile su una pietra mutilata
i piedi nudi sulle spine
un drappo bianco sulle ginocchia
uno spago rosso al polso.

«Chiarire, semplificare, sintetizzare in poche pagine la poesia di una vita, di un lavoro o di un’idea come quella di Theo Angelopoulos, non è impresa facile. Tanto più che la visione dei suoi film può apparire, a un primo sguardo, faticosa e complessa. Eppure, il lavoro del regista nato ad Atene il 27 aprile del 1935 e morto improvvisamente a Il Pireo il 24 gennaio del 2012 – dopo essere stato investito da una moto, mentre era nel pieno delle riprese del film L’altro mare, con Toni Servillo (rimasto incompiuto) – merita assolutamente di essere scoperto (o riscoperto), visto, approfondito, apprezzato […]». [Geraci A.M., I confini della nostalgia. Introduzione al cinema di Theo Angelopoulos, coll. Fotogrammi, Bietti, 2026]

Tra i grandi protagonisti del cinema europeo del XX secolo, Theo Angelopoulos si distingue per la sua originalità, un modo di fare cinema che si concentra sull’ascolto, la contemplazione e il silenzio. I suoi film non si limitano a narrare storie, ma evocano veri e propri paesaggi interiori, esplorando la memoria collettiva della Grecia e dei Balcani, trasformando il tempo in una sostanza cinematografica tangibile. Attraverso la manovra di relativizzazione delle coordinate spazio-temporali, Angelopoulos attiva nello spettatore una coscienza critica atemporale e delocalizzata, che opera – secondo parametri legati agli studi di Carl Gustav Jung sull’inconscio collettivo, il teatro epico brechtiano e lo stile registico di Miklós Jancsó – attraverso inquadrature liquide, dove l’immaginazione e la realtà si equivalgono e si confondono nella rappresentazione del presente narrativo. Angelopoulos ha così elaborato un linguaggio visivo unico, a tratti visionario, enigmatico e misterioso, e che ancora oggi influenza generazioni di critici, registi e artisti in tutto il mondo. Con lui hanno collaborato i più grandi e amati attori del panorama internazionali: Marcello Mastroianni, Gian Maria Volonté, Bruno Ganz, Harvey Keitel, Erland Josephson, Jeanne Moreau e moltissimi altri.

Theo Angelopoulos: «Non voglio educare le persone; cerco di trovare una via dal caos alla luce. Viviamo in tempi confusi in cui i valori non esistono più. La malinconia accompagna la confusione e il disorientamento. Ma le domande che le persone si pongono sono sempre le stesse. Da dove vengo, dove vado? Domande sulla vita, la morte, l’amore, l’amicizia, la giovinezza e la vecchiaia. La storia ora tace. E tutti noi cerchiamo di trovare risposte scavando dentro noi stessi, perché è terribilmente difficile vivere in silenzio. […] Il mondo ha bisogno del cinema ora più che mai. Potrebbe essere l’ultima importante forma di resistenza al mondo in declino in cui viviamo. Il pubblico va punito. Il pubblico si lascia andare alla facilita, quindi va punito. Le cose difficili valgono più delle facili. Il pubblico non è Dio, non è sovrano. Non è il pubblico che deve decidere. Un’artista e come la coscienza del mondo».

Nato ad Atene nel 1935, Angelopoulos ha vissuto in prima persona le drammatiche esperienze della Seconda guerra mondiale, della guerra civile greca e della dittatura dei colonnelli, eventi che hanno lasciato un’impronta profonda nella sua poetica e nel suo modo di approcciarsi alla Storia attraverso il cinema. Dopo aver completato gli studi in giurisprudenza, nel 1962 si trasferì a Parigi, dove frequentò l’IDHEC, avvicinandosi al cinema d’autore europeo. Rientrato in Grecia nel 1964, inizia la sua carriera come critico cinematografico per poi dedicarsi completamente alla regia, esordendo nel 1970 con Ricostruzione di un delitto, opera prima di un catalogo che comprende, sotto la sua direzione, quattordici lungometraggi e otto fra cortometraggi e opere per la tv. Fra questi lavori, spiccano per popolarità i film: La Recita (1975), Lo sguardo di Ulisse (1995) e L’eternità e un giorno (1998), premiatissimi in Grecia e in Europa. Il loro successo è stato favorito dalla lunga e fruttuosa collaborazione, iniziata negli anni Ottanta, con Tonino Guerra, oltre che dalla rappresentazione nostalgica e toccante di eventi storici e sociali, tra cui l’emigrazione, le guerre jugoslave, la crisi economica e le complesse vicende politiche greche. La Grecia raccontata dal regista non è soltanto un luogo reale, ma anche e soprattutto uno spazio mentale fatto di memoria collettiva, rovine storiche e identità perdute. In questa ricerca profonda del passato e dell’Io, anche la rilettura del mito dei Nostos diventa una chiave di accesso simbolica verso l’ignoto del presente.

«I confini della nostalgia. Introduzione al cinema di Theo Angelopoulos – spiega l’autrice – assume un significato particolare perché non esistono altri saggi recenti in italiano sul regista. Inoltre, desidero sottolineare come quest’opera, pur nella sua necessaria brevità e a fronte della straordinaria complessità dell’argomento, ambisca a essere un faro capace di orientare il lettore, non solo quello colto, ma anche e soprattutto quello curioso. […] In realtà, Angelopoulos, insieme alla sua visione dell’arte e della vita, rappresenta il risultato di un periodo – il Novecento – estremamente tormentato per la Grecia. Un’epoca in cui il Paese è stato segnato da guerre, dittature e una povertà non solo materiale, ma anche spirituale… e da una condizione di solitudine e precarietà che, a distanza di tempo, sembra continuare a permeare non solo la regione balcanica, ma anche l’Europa intera. […] Spero che queste pagine possano guidare il lettore in un viaggio di scoperta e riflessione, offrendo almeno in parte un assaggio della profondità e della bellezza del cinema di Theo Angelopoulos. Un vero poeta del grande schermo, troppo spesso trascurato perché considerato “difficile” o lento. […] Mi auguro che in futuro ci sia una maggiore attenzione nel valorizzare questo grande maestro, accompagnata da nuovi studi e approfondimenti dedicati alla sua figura e al suo straordinario lavoro».

La copertina del saggio, pubblicato a fine aprile e disponibile su Amazon e sul sito della casa editrice Bietti

TITOLO: I confini della nostalgia. Introduzione al cinema di Theo Angelopoulos
AUTORE: Anna Maria Geraci
EDITORE: Bietti (collana Fotogrammi)
DATA DI PUBBLICAZIONE: ‎ 16 aprile 2026
PAG.: 140
COSTO: €3,99 (formato Kindle) / €6,99 (Copertina flessibile)
CODICE ISBN: 978-8882486044
PREFAZIONE: a cura di Amedeo Pagani
POSTFRAZIONE: a cura di Carmelo Nicotra
Link Amazon: https://www.amazon.de/confini-della-nostalgia-Introduzione-Angelopoulos/dp/8882486044

Anna Maria Geraci, classe 1999, è laureata in Letteratura, lingua e cultura italiana, con indirizzo filologico, e risiede a Milazzo, provincia di Messina. Da alcuni anni si dedica alla critica cinematografica e letteraria. Il suo saggio d’esordio è Mangiare una farfalla: cinema e poesia di Tonino Guerra (Il Ponte Vecchio, 2024). Attualmente collabora come redattrice con diverse testate online, tra cui Tota Pulchra News.

 

 

 

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La grazia del semplice nel pensiero giapponese: l’infinito minuscolo abbraccia l’imperfetta e irripetibile transitorietà del vivere https://aracne-rivista.it/la-grazia-del-semplice-nel-pensiero-giapponese-linfinito-minuscolo-abbraccia-limperfetta-e-irripetibile-transitorieta-del-vivere/ https://aracne-rivista.it/la-grazia-del-semplice-nel-pensiero-giapponese-linfinito-minuscolo-abbraccia-limperfetta-e-irripetibile-transitorieta-del-vivere/#respond Sat, 11 Jul 2026 12:53:49 +0000 https://aracne-rivista.it/?p=6642 Rubrica: Appunti di corrispondenze La grazia del semplice nel pensiero giapponese: l’infinito minuscolo abbraccia l’imperfetta e irripetibile transitorietà del vivere di Azzurra Pizzi Quando vivi a Roma e arriva la primavera, non puoi non prendere parte all’hanami, occasione in cui si assiste all’incanto potente e al contempo fugace della fioritura dei sakura (boccioli di ciliegio) […]

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Rubrica: Appunti di corrispondenze

La grazia del semplice nel pensiero giapponese: l’infinito minuscolo abbraccia l’imperfetta e irripetibile transitorietà del vivere

di Azzurra Pizzi

Quando vivi a Roma e arriva la primavera, non puoi non prendere parte all’hanami, occasione in cui si assiste all’incanto potente e al contempo fugace della fioritura dei sakura (boccioli di ciliegio) presso il lago dell’EUR, dove nel 1959 furono piantati gli alberi, simbolo del Giappone, in seguito al dono effettuato da Tokyo alla capitale.
Questo vero e proprio rituale afferma che esiste sempre una fine perché possa verificarsi un rinnovamento, che equivale ad una nuova e spontanea opportunità di ripresa.
L’esistenza è intensa: dal momento che l’hanami è veloce e breve, l’incarnazione della bellezza risulta in questo modo profondamente legata alla mortalità.
Siamo tutti ossessionati dalla longevità, dalla necessità di allungare la nostra permanenza, dalla voglia di resistere al tempo: l’attaccamento alla vita non dovrebbe però tramutarsi in angoscia ma divenire un graduale e costante mettere a frutto ciò che abbiamo e ciò che ci viene dato. Questo concetto implica lasciar sbocciare la versione migliore del proprio io, che ha bisogno di silenzio ma non di solitudine, che ricorre alla moderazione e non cerca la sazietà, che consolida la funzionalità a vantaggio dell’essenziale, che alimenta una connessione con la natura e che non desidera vivere più a lungo possibile ma essere appagati del semplice durante il periodo che ci viene concesso. La gratificazione sta nel fatto che “una volta è un’altra volta, mentre adesso è adesso” e va onorato.. . . .

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UN NODO INVISIBILE. Virgilio Guidi e Tancredi Parmeggiani in mostra al CIAC di Foligno https://aracne-rivista.it/un-nodo-invisibile-virgilio-guidi-e-tancredi-parmeggiani-in-mostra-al-ciac-di-foligno/ https://aracne-rivista.it/un-nodo-invisibile-virgilio-guidi-e-tancredi-parmeggiani-in-mostra-al-ciac-di-foligno/#respond Tue, 23 Jun 2026 08:37:29 +0000 https://aracne-rivista.it/?p=6625 UN NODO INVISIBILE. Virgilio Guidi e Tancredi Parmeggiani in mostra al CIAC di Foligno A partire da sabato 27 giugno il CIAC di Foligno (Centro Italiano Arte Contemporanea) presenta “Guidi – Tancredi. Un nodo invisibile”, una grande mostra dedicata a due protagonisti assoluti dell’arte italiana del Novecento: Virgilio Guidi e Tancredi Parmeggiani. Promossa e organizzata […]

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UN NODO INVISIBILE. Virgilio Guidi e Tancredi Parmeggiani

in mostra al CIAC di Foligno

A partire da sabato 27 giugno il CIAC di Foligno (Centro Italiano Arte Contemporanea) presenta “Guidi – Tancredi. Un nodo invisibile”, una grande mostra dedicata a due protagonisti assoluti dell’arte italiana del Novecento: Virgilio Guidi e Tancredi Parmeggiani. Promossa e organizzata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Foligno, sarà visitabile dal 28 giugno al 27 settembre 2026. L’esposizione, curata da Italo Tomassoni e Giovanni Granzotto, riunisce oltre settanta opere rare e di straordinaria qualità museale, mettendo a confronto i capolavori degli anni Venti e Trenta di Guidi con le opere più intense e radicali di Tancredi realizzate tra gli anni Cinquanta e Sessanta.
La mostra nasce da una domanda critica tanto suggestiva quanto complessa: quale relazione profonda unisce due artisti apparentemente lontanissimi per linguaggio, sensibilità e visione? Da questa interrogazione prende forma il sottotitolo “Un nodo invisibile”, che allude a un legame sotterraneo, quasi inconscio, capace di attraversare le differenze stilistiche e generazionali dei due maestri. . . .

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Ambiental…mente. Parco-scultura a Piazze, Siena.

 

Viene inaugurato sabato 20 giugno alle ore 17.30, a Piazze in provincia di Siena, Ambiental…mente, forma innovativa di parco-scultura che mira a coniugare sensibilità e pedagogia ambientale all’amore per l’arte, in un contesto ricco di storia e cultura. Situata in un’area lussureggiante della bassa Toscana, tra Città della Pieve e San Casciano dei Bagni, il Parco nasce dal lungo sodalizio tra l’artista umbro Marco Agostinelli, direttore artistico dell’associazione culturale R.O.SA.M. – da lui fondata assieme alla critica d’arte Roberta Semeraro a Venezia nel 2008, con lo scopo di promuovere l’arte e la cultura in collaborazione con artisti e operatori culturali nazionali e internazionali, enti pubblici e privati, istituzioni e fondazioni bancarie – e Anna Serena Zambon, presidente di Ambiental…Mente. La rivista Aracne è felice di dare notizia dell’evento attraverso tre brevi contributi che nel loro insieme vogliono dare un senso della storia, filosofia e ambizione di una realtà che sarà aperta al pubblico da venerdì 26 luglio ogni venerdì, sabato e domenica dalle ore 11 alle 19.

Seguono, nell’ordine: 1) il progetto che descrive la concezione e le finalità del parco; 2) un statement filosofico, dal titolo “Convivenza generativa e terzo paesaggio”, del direttore Marco Agostinelli, che illustra i principi che hanno, letteralmente, animato e dato vita a quanto si va materializzando;  3) infine, una breve intervista con la Dr.ssa Zambon, ideatrice del Parco, già psicoanalista da sempre attiva nel sociale, di cui ricordiamo la fondazione nel 1997 della storica iniziativa dei Siblings, associazione impegnata su tutto il territorio nazionale in azioni di supporto dei fratelli e delle sorelle di persone disabili. (L’intervista originale, del locale FAI, risale al dicembre scorso ed è qui arricchita da alcune considerazioni finali.)

 

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Il progetto

Il progetto Ambiental…Mente nasce dalla consapevolezza che il binomio arte-natura sia un valore assolutamente vincente e che il luogo prescelto abbia caratteristiche logistiche di grande richiamo, trovandosi situato in quel triangolo turistico, di cultura e di incantevole bellezza quali sono i territori dei comuni di Cetona, San Casciano e Città della Pieve.

Il progetto si snoda in un parco di circa due ettari e mezzo, con molti cipressi, pini, querce, ulivi, una piccola vigna e molti alberi da frutto, oltre a tutta la vegetazione collinare tipica della zona. All’interno della proprietà c’è anche un piccolo immobile rurale che sarà adibito a book-shop con funzioni di biglietteria e caffetteria, dove saranno rese disponibili informazioni sulle sculture, sugli artisti e sulle piante del parco.

Entrando nel merito del concetto di parco-scultura, vorremmo precisare che stiamo lavorando in difesa della natura, avendo la consapevolezza che il comportamento rispetto all’ambiente va cambiato. Non a caso tutti gli artisti chiamati a contribuire al progetto hanno nella loro ricerca uno spiccata consapevolezza attorno ai temi dell’ecologia e della sostenibilità. Proprio per questi motivi – che potremmo chiamare di educazione ambientale – è nostro obbiettivo coinvolgere gli istituti scolastici della zona, richiamando già i bambini e i ragazzi a quella attenzione vitale verso questo tema. E lo vogliamo fare non soltanto attraverso visite guidate, ma anche attraverso un coinvolgimento attivo delle nuove generazioni: realizzando, cioè, insieme a loro laboratori creativi interattivi all’aperto, coinvolgendoli attivamente nella realizzazione di piccole opere d’arte che ogni anno verranno esposte al pubblico come risultato finale del lavoro fatto insieme.

Intendiamo, nell’ambito del progetto, mettere in atto tutte le nostre conoscenze scientifiche per migliorare complessivamente il nostro habitat. La ricerca, il lavoro, la politica, la cultura tutta e ovviamente l’arte devono assieme attivare quei processi innovativi e divulgativi che, attraverso il rispetto delle risorse, possano creare equilibrio e addirittura plusvalore della qualità e dell’offerta ambientale insite nella concezione del parco-scultura. È cosa risaputa, infatti, anche se non del tutto acquisita come conoscenza fattiva, che la tutela delle biodiversità, del paesaggio e delle buone prassi nella conduzione agricola sono i primi strumenti per contrastare i cambiamenti climatici, le crisi idriche ed energetiche, il surriscaldamento globale, l’inquinamento marino e quello terrestre.

Queste sono soltanto alcune delle cose che “giocando” con le nuove generazioni attraverso l’arte e la creatività, vogliamo introdurre per far accrescere in loro la consapevolezza sul tema, perché non possiamo continuare assolutamente a ripetere gli stessi errori del passato. Promuovere l’educazione ambientale in concerto con tutti i cittadini, e in particolare con le nuove generazioni, è l’importante e primaria sfida di Ambiental…Mente, da coniugare e veicolare attraverso l’arte e la bellezza.

Riguardo alle sculture, possiamo già dire di averne, tra quelle installate e da installare, una trentina, garantendo quindi da subito un percorso e una visita di tutto rispetto. Tra gli artisti che hanno già contribuito al progetto, alcuni con più di un’opera, annoveriamo: Marco Agostinelli, Alberto Alunni, Brunivo Buttarelli, Nicola Carrino, Francesco Carloni, Michele Ciribifera, Mahnaz Ekhtiary, Marino Ficola, Simone Filosi, Silvia Garau, Mirna Manni, Alessandro Marrone, Paolo Mayol, Jessica Moroni, David Nash, Monica Pennazzi, Giò Pomodoro, Alessandro Rossi (noto anche come Alero), Silvia Pepe, Maria Teresa Sabatiello, Stefania Sergi.

Le opere al parco si nascondono nella natura o si arrampicano sui vari dislivelli del terreno. Sembrano surreali, quasi magiche. Sono fatte di legno, di ferro, di pietra e si modificano con il tempo, seguendo i ritmi delle stagioni, consumandosi anche insieme alla natura. Per questo appaiono come qualcosa di vivo, indissolubilmente legato alla terra e alla natura che le circonda. E per questo Ambiental…Mente non è un museo ma qualcosa di veramente vivo: un luogo di meditazione, un percorso per imparare a capire la natura e l’arte, ma anche per giocare e di sicuro rilassarsi, un’esperienza per guardare il mondo con occhi nuovi e diversi, infine è un luogo di pace.

Ribadiamo, con questo progetto, la nostra intenzione di creare un importante valore aggiunto per tutto il territorio circostante, portando qualcosa di nuovo, diverso e utile per la zona, dall’indubbio e favorevole impatto ambientale, con riverberi fruttuosi sia sulla vita sociale e culturale che sulla crescita generale del territorio.

Ambiental…Mente si prefigge, infine, attraverso l’arte contemporanea, di creare a Piazze di Cetona un osservatorio permanente regionale e nazionale di studi, di arti, di ricerca e di divulgazione educativa per la Difesa e la Tutela della Natura a partire dal 2026. A tal fine vogliamo anche coinvolgere nella struttura del Parco, e presso il comune di Cetona, in dibattiti pubblici e conferenze sul tema dell’ecologia e sostenibilità, personaggi che si occupano da sempre di salvaguardia dell’ambiente. Tra questi, registi, scrittori e filosofi, politici e ricercatori, capitani d’azienda e imprenditori “illuminati”, amministratori locali e nazionali, che nel loro lavoro hanno da sempre manifestato di avere a cuore i temi afferenti alla missione del Parco.

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 Convivenza generativa e “terzo paesaggio”

Ambiental…Mente vuole essere un’appassionata difesa di una tipologia di ambiente che occupa una posizione intermedia tra un paesaggio molto antropizzato e uno invece ancora incontaminato. Si tratta infatti di un luogo, il nostro parco, in precedenza controllato e plasmato dall’uomo, ma in seguito abbandonato, rendendo possibile lo sviluppo di una nuova biodiversità vegetale. Il parco di scultura è una tipologia di ambiente estremamente antropizzata e controllata, dove la spontaneità e l’abbandono che lo hanno contraddistinto non possono, e non devono, più avere il sopravvento. Tuttavia, questo concetto diventa molto utile per comprendere la possibilità di convivenza fruttuosa tra uomo e ambiente, nella quale la natura assume un ruolo preponderante e l’uomo, in questo caso l’arte, si adatta al paesaggio, modellandosi sulle sue caratteristiche e necessità, ma anche riconnotandolo e determinandone uno sviluppo diverso e ulteriore. Nel nostro caso il recupero artistico, infatti, ha significato restaurare e rivitalizzare la natura. Il parco-scultura rappresenta, in questo senso, una possibile veicolazione, una vera e propria ambientazione, delle modalità espositive dell’arte contemporanea. Non è, e non vuole essere un museo, in cui le opere sono isolate e decontestualizzate all’interno di uno spazio più o meno asettico; né è da intendersi come un “monumento”, in cui il valore comunicativo dell’opera si traduce in un’occupazione dello spazio urbano. Piuttosto si prefigge di essere una creatura organica, vitale, dove promuovere una convivenza pacifica e rispettosa: un contenitore dove la natura contribuisce a rimodellare l’arte in una assoluta convivenza generativa.

Alla luce di tutto questo, con l’espressione «terzo paesaggio», introdotta dal paesaggista Gilles Clément, si indicano i luoghi abbandonati dall’uomo: i parchi e le riserve naturali, le grandi aree disabitate del pianeta, ma anche spazi più piccoli e diffusi, quasi invisibili. Sono compresi perfino i ciuffi di «erbacce» al bordo strada o i rovi e le sterpaglie che crescono nelle aree industriali dismesse. Nel terzo paesaggio troviamo luoghi in cui l’assenza dell’attività umana ha generato un rifugio per la conservazione della diversità biologica. Ciò che è «incolto» o ciò che definiamo «erbaccia» diventa, in simili contesti, luogo ed elemento privilegiato del cambiamento ecologico.

Per i giardinieri planetari, cioè per coloro che intendono lavorare la terra rispettandone la biodiversità, basterà allora seguire il flusso naturale dei vegetali, talvolta assoggettarsi a loro, inscriversi nella corrente biologica che anima il luogo, per orientarla. Nel terzo paesaggio è centrale l’approccio ecologico che contraddistingue il rapporto uomo/natura, che ci invita a percepire la terra come entità viva, come un grande giardino in cui tutti i frammenti di paesaggio ignorati ci offrono opportunità di rigenerazione.

Il parco Ambiental…Mente era un tipico esempio di “terzo paesaggio” almeno fino all’inizio del 2025. In questi mesi abbiamo imparato a rispettare e conservare il suo flusso generativo, nell’importante biodiversità tipica della nostra zona collinare ai piedi del Monte Cetona. Nostro obiettivo è di coniugare questo flusso con l’arte plastica, seguendo con grande attenzione la naturale biodiversità dell’area, la sua dimensione di rifugio conservativo in armonia con l’uomo, che con la nostra presenza vogliamo perpetuare, arricchire e mai stravolgere.

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Intervista con Anna Serena Zambon

Avremmo piacere di conoscere da dove nasce questa sua passione per l’arte e per la scultura soprattutto?

A.Z. Molto semplice. A parte l’interesse che regnava in casa mia dove sono nata, appena sposata con mio marito, Peter Hobart, abbiamo sognato e poi realizzato un parco di scultura in Ohio, USA e poi in Italia. Peter, pur essendo americano si laureò in Italia con una tesi sull’Arco di Settimio Severo a Roma.

Quali sono i suoi scultori moderni e contemporanei preferiti?

A.Z. Impossibile elencarli tutti. Inizierò da Giò Pomodoro, grande amico, e Beverly Pepper. E poi Nicola Carrino, Costantino Nivola, David Smith, Eduardo Chillida, la mia grande amica Barbara Chase e il giapponese Kan Yasuda. Naturalmente essendo io amica di Peter Murray, Direttore del rinomato Yorkshire Sculpture Park in Inglhilterra, impossibile non inserire Henry Moore.

Questo suo amore per la natura è una cosa che le appartiene storicamente o le è cresciuto maggiormente con questa sua lunga permanenza in Toscana?

A.Z. Ho scelto di lasciare Roma qualche anno fa e di trasferirmi qui nella campagna toscana per amore della natura. Come molti amici artisti stranieri hanno notato, qui, i contadini piantano nel loro terreno cipressi, ulivi, pini e rosmarini con la maestria degna di un architetto. Incredibile, ma vero.

Abbiamo avuto occasione di sapere che il lavoro del vostro parco naturalistico di scultura avrà anche un risvolto educativo verso le scuole del territorio e quindi verso le nuove generazioni. Quanto è importante oggi trasmettere questi valori?

A.Z. Più che importante è essenziale. L’amore per la bellezza deve iniziare assai prima dell’età scolare, già con la nascita del linguaggio: “Guarda che bello!” dovrebbe essere il primo invito di una madre alla sua creatura, che deve imparare a guardare per capire la bellezza. Penso a un genitore che suggerisce di ammirare la fogliolina che cresce su un ramo o un fiore che sta per sbocciare. Bisogna prima di tutto imparare a guardare, ed è ciò che mi auguro possa promuovere il Parco. Per dirla con Marco Dallari – autore di La bellezza di Sophia, un libro che consiglio a tutti di leggere – che qui cito da una sua intervista (Artribune del 7 aprile): “Il bisogno e il piacere di conoscere, l’idea freudiana di pulsione epistemofilica, è presente già nella primissima infanzia. E l’arte, come già sosteneva Schopenhauer è indispensabile elemento di conoscenza… Ciò che consiglio è di coltivare e promuovere anche nei piccoli la curiosità e il desiderio di esplorare… vedere un’alba o un tramonto alle foci di un fiume vicino a casa può essere più bello e suggestivo che ammucchiarsi per andare come pecoroni in fila a Sharm el-Sheikh.” La funzione, e la speranza, del Parco e di Ambiental…mente è tutta qui!

 

Pubblicato nel mese di Giugno 2026

 

 

 

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Le identità armoniosamente iconiche di Urs Lüthi e David Bowie. L’Androginia tra mito e cultura visuale https://aracne-rivista.it/le-identita-armoniosamente-iconiche-di-urs-luthi-e-david-bowie-landroginia-tra-mito-e-cultura-visuale/ https://aracne-rivista.it/le-identita-armoniosamente-iconiche-di-urs-luthi-e-david-bowie-landroginia-tra-mito-e-cultura-visuale/#respond Tue, 16 Jun 2026 19:10:38 +0000 https://aracne-rivista.it/?p=6597 Le identità armoniosamente iconiche di Urs Lüthi e David Bowie. L’Androginia tra mito e cultura visuale di Alessandra Olivares Abstract I Soggetti eccentrici di Teresa de Lauretis e i Soggetti nomadi di Rosa Braidotti sono quegli individui che si collocano al di fuori delle rappresentazioni simboliche socialmente riconosciute e che incarnano identità multiple e mutevoli, […]

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Le identità armoniosamente iconiche di Urs Lüthi e David Bowie. L’Androginia tra mito e cultura visuale

di Alessandra Olivares

Abstract

I Soggetti eccentrici di Teresa de Lauretis e i Soggetti nomadi di Rosa Braidotti sono quegli individui che si collocano al di fuori delle rappresentazioni simboliche socialmente riconosciute e che incarnano identità multiple e mutevoli, mettendo in discussione il rigido modello binario maschile/femminile. In questo contesto di identità fluide e sfuggevoli, dove crossdresser, transgender, travestiti, bisessuali e omosessuali hanno sempre maggiore visibilità, riemerge il mito dell’androgino, come espressione di totalità e armonia. L’androginia è un archetipo primordiale capace di mettere in crisi perché minaccia sia i presupposti relativi all’essere uomo o donna, sia l’ordine sociale costruito su una presunta superiorità maschile. Infatti l’androgino considera il maschile e il femminile due principi fondamentali e di pari dignità, dal momento che uno non può funzionare senza l’altro. Per questo, secondo June Singer, rappresenta il «principio guida della Nuova Era».
Nell’arte di Urs Lüthi la centralità che il corpo assume nella sua opera è coerente con il messaggio unitario della sua poetica che riflette sull’identità, sulla sua totalità perduta e, più in generale, sulla condizione umana. Il carattere androgino dell’opera di Lüthi ha lo scopo di indurre lo spettatore a prendere parte attiva nel percorso di ricerca di una totalità identitaria, che evidentemente egli sente come l’unica soluzione alla complessità di una società che ha ridotto ogni cosa alla differenza tra i sessi. La sua immagine, sempre in equilibrio sottile e malinconico tra il maschile e il femminile, riflette il doppio che è nascosto in ognuno di noi.  Tuttavia, nei lavori più recenti dell’artista svizzero il corpo e il volto spariscono dietro le rovine dell’anima che la seduzione del messaggio pubblicitario implica. Il desiderio di paradisi artificiali in cui tutti sono belli e felici si traduce nella rappresentazione di surrogati, in cui l’umano è assente, ciò che resta di lui è il fascino inquietante dell’immagine pubblicitaria. In questo senso la rappresentazione dell’androginia umana come condizione ideale dell’essere resta ancora un’idea mitica.
David Bowie, pioniere indiscusso del glam rock negli anni Settanta, i cui protagonisti esibivano una sessualità spiccatamente androgina, è probabilmente la rockstar che meglio di tutte ha saputo creare un alter ego androgino, carismatico, ipnotico e indimenticabile. È dall’incontro con il fotografo Mick Rock che nascono alcune delle immagini più iconiche e affascinanti di quella fusione dei Due in Uno che Bowie è riuscito ad incarnare in modo sublime.  Tra il 1972 e il 1973, Rock ha documentato la nascita di Ziggy Stardust, la rockstar extraterrestre attraverso cui il cantante londinese ha raggiunto l’apoteosi dell’equilibrata e incantevole rappresentazione dell’androginia come icona di vita, dimostrando di non temere il “lato femminile” della propria natura.

Parole chiave: Androginia, fotografia, travestimento, cultura visuale, moda.

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