Quel che si va Tacendo. Prolegomeni figurali all’esegesi iconica

 In Contributi

Lo spirito non congeda mai la lettera che lo rivela.
Anzi, al contrario, lo spirito risveglia nella lettera
nuove possibilità di suggestione
Emmanuel Levinas

Che l’umanità abbia trovato fondamento in un che di impalpabile, in una sostanza diafana e priva di peso, ebbene ciò non è certamente un segreto. Non lo è almeno per quei grandi sistemi che hanno realmente pensato la precarietà dell’Uomo,
e cioè il Cristianesimo – che ha fatto dipendere la creazione del corpo virile adamitico dall’alito del Padre («Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo
e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente» Gen. 2,7, corsivo mio) – e la psicoanalisi freudiana – che ha posto la verità del soggetto lì in quel punto cieco che è in definitiva il suo inconscio («Come giungere alla coscienza dell’inconscio?» proprio attraverso l’utilizzo della coscienza, è la grande questione insoluta a cui lo stesso Freud
è spesso incappato) –. E se Cristianesimo e Psicanalisi dovessero sembrare comunque troppo distanti tra loro, saranno ancora le parole a riavvicinare queste due grandi architetture: non solo come mezzo, per entrambi, di produzione di verità (confessione da una parte e analisi oral-genitale dall’altra), bensì anche come luogo attivo di lavoro. È difatti quello che si chiama comunemente “spirito” il secondo punto di contatto tra queste due grandi creazioni: e poco importa se una lo chiami prudentemente “anima” e l’altra sfacciatamente “inconscio”.
Ciò di cui entrambi trattano è ben riassunto dalla parola gr. ψχή (=psiché) che, solitamente tradotta con semplicità “spirito”…

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