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Anita Tania Giuga – Aracne https://aracne-rivista.it Rivista d'Arte Sat, 02 May 2026 09:16:40 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.0.6 Emanuel ZOO: Linee di Futuro. Moda, Collezionismo e Visione Curatoriale di Massimo Carpi https://aracne-rivista.it/emanuel-zoo-linee-di-futuro-moda-collezionismo-e-visione-curatoriale-di-massimo-carpi/ https://aracne-rivista.it/emanuel-zoo-linee-di-futuro-moda-collezionismo-e-visione-curatoriale-di-massimo-carpi/#respond Thu, 23 Apr 2026 07:21:03 +0000 https://aracne-rivista.it/?p=6478

Emanuel ZOO: Linee di Futuro. Moda, Collezionismo e Visione Curatoriale di Massimo Carpi

di Anita Tania Giuga

Abstract

L’articolo esplora la parabola creativa e intellettuale di Massimo Carpi e del suo alter ego estetico, Emanuel ZOO. Attraverso una narrazione che intreccia memorie personali e rigore documentario, si ripercorre l’evoluzione di un marchio che ha saputo trasformare il prêt-à-porter in dispositivo critico. Dalle prime intuizioni nella Roma degli anni ’70 alla consacrazione internazionale su Vogue e Country Life, fino alla fondamentale “collisione” con lo storico dell’arte Enrico Crispolti, il testo analizza come Carpi abbia riattivato il Futurismo non come sterile citazione, ma come metodo operativo, portando la moda all’interno di musei come il PAC di Milano e il Metropolitan di New York.

Parole chiave: Massimo Carpi; Emanuel ZOO; Enrico Crispolti; Futurismo; Visione curatoriale.

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Marcello Lo Giudice e il paradigma primordiale dello stato originario https://aracne-rivista.it/marcello-lo-giudice-e-il-paradigma-primordiale-dello-stato-originario/ https://aracne-rivista.it/marcello-lo-giudice-e-il-paradigma-primordiale-dello-stato-originario/#respond Wed, 30 Mar 2016 10:08:40 +0000 https://aracne.vanillamarketing.it/?p=444

Marcello Lo Giudice è stato definito da Pierre Restany “tellurico”. Un odore di sale e di combustione si leverebbe da tele e pigmenti, se solo potessero effondere dati sensoriali sulla loro essenza intangibile.
Entriamo subito nei segni di Lo Giudice, nel loro rapporto con la realtà e con la citazione letteraria, laddove la sostanza cromatica è considerata dall’artista il mattone primario nella costruzione della sua estetica. Al contrario, la filiazione dai grandi maestri ¾ artistici e non ¾ si dà come concetto guida emozionale, nell’organizzazione dei significati che Lo Giudice attribuisce a tele e sculture. Tele intese come “finestre”, zone di fiato, aperte sull’interiorità immaginifica di Eden disabitati. Il fuoco del discorso qui si sposta, di poco però, sulla conduzione pittorica dell’artista partendo dalla linea analitica del colore blu e delle sue varianti. . . . .

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Matilde Montanari. Hoc est enim corpus meum https://aracne-rivista.it/matilde-montanari-hoc-est-enim-corpus-meum/ https://aracne-rivista.it/matilde-montanari-hoc-est-enim-corpus-meum/#respond Sat, 15 Oct 2011 14:26:05 +0000 https://aracne.vanillamarketing.it/?p=517
Matilde Montanari Hoc est enim Corpus Meum

E’ questo l’evento che toglie il fiato […] l’anacronia, la differenza all’opera nell’opera
Jacques Derrida

Il Nudo è diventato impossibile, come dice Belting a proposito di Duchamp: «l’arte è una robe de la marié, velo di sposa che non si può spogliare. O perché non c’è che il velo, cioè l’arte soltanto, o perché c’è qualcosa al di là dell’arte, di cui essa non è che indumento». Questa pelle porosa, bucata, orifiziale non chiude il corpo, solo la metafisica l’instaura come linea di demarcazione corporea ed è negata a profitto di una seconda pelle non porosa, senza essudazione o escrezione né calda ne fredda (è ‘fresca’, è ‘tiepida’: a climatizzazione ottimale), senza grana né asperità (è ‘dolce’, è ‘vellutata’), senza un proprio spessore (la trasparenza della ‘tinta’), soprattutto senza orifizi (è ‘liscia’). Funzionalizzata come un rivestimento di cellophane. Tutte queste qualità (freschezza, elasticità, trasparenza, uniformità) son qualità “di chiusura” (Baudrillard).
Autopsia di un corpo amatissimo, o forse detestato al limite dell’ossessione, tanto da repertarne le “scopie”. Così il lavoro di Matilde Montanari, senza artifici tecnici, ma con il bisturi dell’inquadratura, ricapitola per zone, mappe, luoghi di segregazione nel corpo, il suo stesso corpo.
Sono istantanee, perciò, in qualche modo, hanno uno stretto legame con il senso di privazione della libertà. Nella fattispecie, il rapporto col mezzo diventa morboso, solitario ed esclusivo.
“Preferisco la mia condizione scalza”, scriveva dal suo isolamento febbrile Emily Dickinson; la più contemporanea delle poetesse, vergine vestale che ci supera dal pieno dell’Ottocento e racconta della sparizione alla Storia, del reclusorio dorato della sua stanza e, in fine, del gesto estremo di uscita dalla cronaca.

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